Gulotta 22 anni di carcere per un delitto mai compiuto

“Mi portano in caserma e lì mi tengono in una stanza un paio d’ore. Io chiedevo perché mi trattenessero, ma loro mi intimavano di stare zitto e che prima o poi mi avrebbero detto le ragioni. All’improvviso, verso la mezzanotte, si apre la porta ed entra un bel numero di carabinieri. Mi afferrano con forza, mi mettono su una sedia. Mi legano mani e piedi alla sedia e iniziano a bastonarmi e a tirarmi pugni e schiaffi. ”Dai confessa, sappiamo tutto”. Sembrava uno di quei film in cui c’è il poliziotto buono e quello cattivo: uno cerca di convincerti con le parole, l’altro con le mazzate”.

Inizia così il racconto di Giuseppe Gulotta a Walter Veltroni per il Corriere della Sera. Ventidue anni in carcere per un delitto che mai ha commesso, accusato appena maggiorenne dell’omicidio di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, due ragazzi dell’Arma, trucidati nel 1976 nella caserma di Alcamo Marina, in Sicilia. “È stata una notte tremenda – ricorda – uscivano e rientravano, quando ritornavano mi dicevano che gli altri avevano confessato, ma non mi dicevano chi erano questi ”altri”.

Io non capivo di cosa parlassero, mi sembrava tutto assurdo, un incubo inspiegabile. Io ripetevo solo che non sapevo nulla, non mi rendevo conto di quello che improvvisamente mi stava succedendo, del gorgo in cui ero precipitato. A un certo punto mi dissero che ero accusato dell’assassinio dei due carabinieri di Alcamo Marina. Io continuavo a gridare, in quella notte infame, che non sapevo nulla, non c’entravo nulla. Ero un ragazzo di diciotto anni e volevo solo tornare a casa mia.

Ma la parola ”nulla” era una miccia che li accendeva, appena la pronunciavo partivano i pugni. Così tutta la notte”. Fino a quando «Una sera uno dei miei figli ha trovato sul sito di un programma Rai il messaggio di un tal Seddik74 che diceva di sapere e di voler dire la verità sugli interrogatori per la strage di Alcamo Marina. Seddik era uno dei carabinieri che aveva partecipato alle indagini. Decise di raccontare la verità. Venimmo interrogati dalla Procura di Trapani. Riscontrarono che raccontavamo le stesse cose. Anche se i luoghi delle violenze erano stati prudentemente trasformati, nuovi arredamenti e nuove tinte alle pareti.

Il processo di revisione inizia finalmente nel 2010, dura due anni. Grazie alle testimonianze e alle intercettazioni dei sospettati si arriva alla verità. Nel 2012 viene decretata l’assoluzione per tutti. ”Per non aver commesso il fatto”. La sentenza è arrivata, è assurdo, esattamente lo stesso giorno del mio arresto. Ma trentasei anni dopo. Ventidue dei quali trascorsi in carcere. Anni che ho regalato allo Stato”.

Redazione – Trapani Post

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